Hans Christian Andersen

andersen
H.C. Andersen

Hans Christian Andersen nacque il 2 Aprile del 1805 nei quartieri poveri di Odense, in Danimarca; figlio di un venditore ambulante di calzini e fabbricante di scarpe e di una lavandaia.
Aveva anche una sorellastra avuta dalla madre in un precedente matrimonio.
Come spesso accadeva all’epoca, soprattutto nelle classi più povere, i genitori di Hans avevano una bisnonna in comune; la nonna materna aveva avuto tre figli fuori dal matrimonio, tra cui la madre di Hans; la zia materna gestiva un bordello e il nonno paterno era disturbato psichicamente. Lo stesso scrittore, per questo, temerà a lungo di aver ereditato tale tara.
La nonna paterna, invece, sembra sia stata una nobile di Kessel che avrebbe convissuto, per un certo periodo della sua vita, con un attore di teatro.
Hans Christian passò l’infanzia in un ambiente tipicamente agricolo; con le sue tradizioni e superstizioni.
Grazie al padre, un uomo molto generoso che passava le sue giornate leggendo e fantasticando sulle proprie aspirazioni piuttosto che esercitare il suo lavoro di ciabattino, i primi anni del bambino furono ricchi di frequentazioni letterarie.
Anche la madre gli raccontava spesso le storie popolari e credeva nelle possibilità del figlio probabilmente a causa di una profezia di una vecchia strega che le disse: “Un giorno Odense si illuminerà a festa per ricevere tuo figlio”.
Un giorno il padre abbandonò la famiglia per arruolarsi nell’esercito e prendere parte alle campagne militari di Napoleone di cui a quel tempo i danesi erano alleati. Ne tornò gravemente ammalato e nel 1816 morì.
La madre, rimasta vedova, si risposò molto presto e divenne alcolista.
All’età di 14 anni, appena cresimato, Hans Christian lasciò Odense e si trasferì a Copenaghen.
Nei primi tempi si adattò a fare il garzone di bottega e l’operaio in una fabbrica di sigarette ma per sua fortuna venne notato da un tenore, cantante nel Teatro Reale di Copenaghen, che accettò di fargli un’audizione. Entrò così in contatto con l’alta borghesia locale e conobbe il Re di Danimarca, Federico VI.
Quest’ultimo lo prese in simpatia e lo iscrisse, a proprie spese, alla scuola di grammatica e latino di Slagelse dove il ragazzo cominciò, finalmente, un regolare corso di studi.
A causa dei continui errori di grammatica che commetteva si crede che fosse dislessico. Era, inoltre, continuamente preso in giro dai compagni; fatto che lo costrinse a tornare a Copenaghen e proseguire gli studi presso istitutori privati.
Hans Christian cominciò a scrivere intorno alla fine degli anni venti del XIX secolo.
Già dal 1835 appare la prima pubblicazione di fiabe.
Le ispirazioni gli venivano da fattori diversi come il folklore popolare, racconti per l’infanzia, novelle tradizionali e, in molti casi, da episodi di vita vissuta.
Nel 1838 lo scrittore si vide riconoscere un vitalizio come letterato che gli consentì di non dover più scrivere solamente per necessità economiche.
Nel 1847 visitò l’Inghilterra dove incontrò Charles Dickens. Inizialmente, tra i due, nacque una solida amicizia che si svilupperà sopratutto epistolarmente ma che si raffredderà dieci anni dopo a seguito di un secondo viaggio di Hans Christian a Londra durante il quale verrà ospitato proprio dall’amico scrittore.
Sembra, infatti, che lo scrittore danese abbia in quei giorni arrecato non poco disturbo alla famiglia Dickens a causa del suo continuo bisogno di attenzione e ipersensibilità.
Nel 1866 Hans Christian venne nominato consigliere di Stato e nel 1867 divenne cittadino onorario di Odense.
Nel 1870 scrisse il suo ultimo romanzo “Peer fortunato”.
Morì il 4 Agosto 1875 in una casa nei dintorni di Copenaghen.
Si racconta che, poco prima della morte, chiese a una sua amica di tagliargli un’arteria dopo morto e di scrivere sulla sua lapide l’epigrafe “ Non sono morto davvero”.

H.C. MUSEUM
La casa dove H.C. visse da bambino ad Odense www.visitfyn.com

Nelle sue opere sono spesso trattati i temi del diverso e dell’incertezza esistenziale. Andersen si era sempre sentito discriminato a causa del suo aspetto fisico – era alto un metro e ottantacinque, dinoccolato e si dice portasse scarpe tra il numero 47 e 50 – e delle sue inclinazioni sessuali.
Nonostante avesse deciso già in giovane età di non avere rapporti sessuali né con uomini né con donne, si innamorò di un suo giovane amico a cui scrisse: “ i miei sentimenti per te sono quelli di una donna, la femminilità della mia natura e la nostra amicizia devono rimanere un mistero”.
Gianni Rodari scrive, riguardo alle insicurezze di Andersen: “Fantasia, frustrazione, fantasticheria, bisogno di stima e di affetto si combattono confusamente in un animo eccitabile e inquieto. Da grande, la sensibilità morbosa alle lodi e alle critiche, il bisogno patetico di sentirsi ammirato, continueranno a tormentarlo anche nel pieno della gloria. Basterà una caricatura su un giornale o la frase di un passante, spiato dalla finestra (“È tornato il nostro ourang-utang, così celebre all’estero), per rovinargli intere giornate. Abissi di insicurezza saranno sempre pronti a spalancarglisi sotto i piedi. Viaggiando porta sempre con sé una corda arrotolata (conservata al Museo di Odense) per mettersi in salvo in caso di incendio dell’albergo”.
Hans Christian Andersen, nei suoi racconti, ricorre spesso al macabro e alle immagini di mutilazione (si pensi a La sirenetta, a suo modo senza gambe, a Il tenace soldatino di stagno, con un’unica gamba, o ancora a Le scarpette rosse, dove alla protagonista vengono amputati i piedi).

Scarpette rosse

Nei racconti di Andersen non si trovano quasi più gli elementi della fiaba classica quali maghi, streghe e fate; numerosi sono, invece, gli esempi di narrazione costruiti su un impianto che si accosta a quello della favola.
Qui, credo sia necessario fare una distinzione tra il significato di fiaba e di favola. La fiaba è un tipo di narrazione in prosa in cui compaiono esseri fantastici come orchi, fate, maghi e streghe e, di solito, non ha una morale esplicita. La favola, invece, è un racconto breve in prosa o in versi che ha come protagonisti animali con caratteristiche umane e con una morale formulata esplicitamente, in genere alla fine della narrazione anche sotto forma di proverbio.
La maggior parte delle persone conosce Andersen proprio grazie a fiabe come “La sirenetta”, “Il soldatino di stagno”, “La piccola fiammiferaia” ed “Il brutto anatroccolo”. Molto meno conosciute sono, invece, le altre sue opere.
Questo non è dato solamente dal tanto parlare della sua produzione fiabesca relegando lo scrittore sugli scaffali per i ragazzi ma anche e, soprattutto, perchè molte traduzioni né hanno spesso stravolto l’opera attenuandone la carica innovativa e non convenzionale.
In particolare durante i primi anni non fu semplice capire la genialità di Andersen a causa della difficoltà di tradurre i suoi testi da una lingua diversa da quella nativa.
I suoi racconti sono pieni di neologismi, modi di dire, parentesi e slag tipici di Copenaghen oltre a piccoli ammiccamenti tipici del linguaggio parlato dei quali il danese è ricco.
In Europa i suoi scritti si diffusero soprattutto nella lingua inglese con traduzioni scorrette che ci hanno fatto conoscere un Andersen diverso, spesso lontano dall’originale.

life is Andersen
                “La vita è la favola più meravigliosa” – H.C. Andersen

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