Resina – Ane Riel

Sull’isola l’anno si era trasformato in un’entità che strisciava dolcemente fino a Natale e si allungava in estate confondendosi con quelli passati e futuri. Il tempo non era stato eliminato, aveva soltanto assunto un’altra pienezza. Era diventato un dolce amico la cui unica pretesa era di esistere.

Hovedet, la Testa, è una piccola isoletta collegata all’isola principale – Korsted – da una striscia sottile di terra chiamata Halsen, il Collo. È qui che Liv vive assieme a suo padre e a sua madre. Vive, si, perchè, in realtà, Liv è stata dichiarata morta dai suoi genitori quando aveva appena sei anni. Da allora, lascia l’isoletta soltanto di notte per andare a rubacchiare viveri ed oggetti vari nelle abitazioni della gente di Korsted. Oggetti che, in fin dei conti, nemmeno le servono; di alcuni di questi non né conosce nemmeno la funzione. Prima, lo faceva insieme al padre ma da quando quest’ultimo ha ucciso la nonna le cose sono cambiate. Con il passare degli anni, gli oggetti si sono accumulati sepellendo ogni angolo della casa, del cortile e dei campi, così come, il grasso, ha seppellito il corpo della madre di Liv, costretta a letto senza più nemmeno la capacità di parlare. La donna è l’unica che, forse, si rende conto di ciò che sta succedendo al marito e, soprattutto, a sua figlia, ma sceglie di chiudere gli occhi per paura o per mancanza di carattere.

Col tempo la mia gola si riempì di un ammasso di frasi non dette. Parole che erano andate in pezzi e non avevano niente a che fare l’una con l’altra, inizi abortiti, frasi interrotte, righe senz’aria in mezzo, costruzioni spezzate, gutturali ammassate. Era il mio dolore a essersi bloccato là, e non volevo passartelo.

Ane Riel è autrice di molti libri per bambini ed in questo suo secondo romanzo ha portato lo stile narrativo morbido e fantastico tipico delle fiabe. I luoghi ed in particolare i personaggi hanno intorno a sé un’aurea di surrealità; come se tutto fosse avvolto in una bolla di sapone.

È questa combinazione tra la dolcezza del linguaggio e la crudezza delle vicende narrate a rendere la storia magnificamente orribile. Non esistono cattivi; è impossibile non provare empatia verso un uomo – il papà di Liv -che ama talmente tanto la sua famiglia da volerla cristallizzare per sempre come una formica nella resina.

Era cattiveria? Jens Haarder era una persona cattiva? A giudicare da ciò che la gente gli aveva raccontato, doveva essere l’esatto opposto. Gentile, servizievole, la dolcezza fatta a persona. […] Sarà anche stato una persona laconica e introversa, ma non c’era niente di male in questo. Non era piuttosto un uomo impaurito che si ritraeva innalzando barriere spirituali e fisiche per non far avvicinare la gente? Ma le trappole? Orribili e crudeli, per di più.

Nonostante il tono fiabesco, però, il romanzo tratta temi che, seppur poco affrontati, sono terribilmente attuali. L’accumulo compulsivo di oggetti e l’obesità invalidante sono mali che affliggono la società odierna tanto quanto altre patologie più conosciute.

Non posso dire che sia un bel romanzo; è angosciante, triste e claustrofobico ma, se siete amanti del noir come lo sono io, ve lo consiglio senza pensarci due volte. A me ha fatto venire gli incubi, ve lo giuro. Quindi missione compiuta, Ane Riel.

«Splendido e macabro al tempo stesso. Sembra uscito dalle fantasie più cupe dei fratelli Grimm»

The Observer

«Ricorda Stephen King al suo meglio: molto inquietante, ma capace di empatia verso ogni personaggio»

The Telegraph

«Un’analisi suggestiva e a tratti sconvolgente dell’ossessione e dell’amore possessivo»

The Guardian

«Da brivido. Un romanzo struggente sull’amore che si trasforma in follia»

Daily Mail

Buona lettura,

Sara J.

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