Stephen King

Stephen King è tra i miei scrittori preferiti ma, devo ammetterlo, non è stato un colpo di fulmine. La prima volta che presi in mano uno dei suoi romanzi – Cose preziose – non fui in grado di leggerne più di qualche pagina. Complice la mia giovane età (all’epoca avevo circa 13 anni), rimasi confusa dalla gran quantità di personaggi e dal suo saltare dall’uno all’altro senza un filo logico (allora così mi era sembrato). Parecchi anni più tardi un amico mi prestò La bambina che amava Tom Gordon. Lo lessi con piacere ma senza trovarlo eccezionale. Fu la serie de La torre nera a farmi innamorare del Genio dell’Horror. In seguito arrivarono Misery, Le notti di Salem, L’ombra dello scorpione e rilessi Cose preziose. Li trovai uno più spettacolare dell’altro. Da quel momento non mi sono più fermata diventando una vera e propria drogata di Stephen King. Certo, non tutti i suoi libri mi hanno provocato lo stupore tipico di una scoperta e non tutte le volte mi è partita l’esclamazione: “Ma questo è un grande!“. Però non sono mai stata delusa e, questo, è importante.

L’essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia.

dall’antologia di racconti “A volte ritornano”
Donald Edwin King

Stephen Edwin King nasce a Portland, nello stato del Maine il 21/09/1947. Il padre è Donald Edwin King (nato David Spansky); un impiegato porta a porta della Elettrolux, ex capitano della marina mercantile e impegnato, fino al 1945, nella II Guerra Mondiale. La madre è Nellie Ruth Pillsbury King; una casalinga di origini modeste. Stephen ha anche un fratello maggiore – David Victor – adottato dai coniugi King nel 1945.

Stephen King con la mamma Nellie Ruth Pillsbury ed il fratello adottivo David Victor.

Nel 1949, a causa di problemi familiari, il padre esce di casa per una passeggiata e non fa più ritorno. La famiglia inizia a spostarsi da uno Stato all’altro. Si trasferiscono, per brevi periodi, in Indiana, a Miluwakee e di nuovo nel Maine. In quegli anni la mamma di Stephen è costretta a districarsi tra molti lavori umili per assicurare ai figli una buona educazione. Ricordando quel periodo Stephen dirà: <<Non avemmo mai una macchina, ma non saltammo mai un pasto.>>

Stephen King ai tempi delle elementari

Appena iniziata la prima elementare il piccolo King si ammala. Colpito prima dal morbillo, ha poi problemi alla gola e alle orecchie. La madre lo ritira da scuola e, mentre si trova costretto a casa, il giovane Stevi inizia a scrivere. Copia i dialoghi dei fumetti a cui aggiunge descrizioni personali. A dodici anni rinviene, nella soffitta della zia, i libri del padre, appassionato di Poe, Lovecraft e Matheson. In quel momento scopre che l’uomo non era solo un girovago ed un marinaio (come raccontato dalla famiglia) che si era ridotto a vendere elettrodomestici porta a porta, ma anche un aspirante scrittore affascinato dalla fantascienza e dall’horror.

Stephen con il fratello David

Nel 1959 Stephen inizia a scrivere per un piccolo giornale prodotto dal fratello maggiore in tiratura limitata e distribuito a vicini di casa e amici. Un anno dopo invia il suo primo racconto ad una rivista – lo Spaceman – che non lo pubblicherà mai.

Lisbon High school, Maine

Nel 1962 inizia a frequentare la Lisbon High School, nei pressi di Durham. Scrive diversi racconti; spesso semplici trasposizioni dei film visti al drive-in. In particolare, sarà il film Il pozzo e il pendolo tratto dal racconto di Poe ad ispirarlo. Tornato a casa realizza una trasposizione dello stesso, ne stampa una quarantina di copie e il giorno seguente le vende a scuola. Scoperto dagli insegnanti, sarà obbligato a restituire i soldi.

Durante il secondo anno alla Lisbon High School diventa direttore del giornale scolastico che, però, non ha molta fortuna. Decide, allora, di realizzare un giornale umoristico – The village vomit – dove prende in giro i professori. Il giornale riscuote successo tra gli studenti, ma non piace ai professori che lo spediscono in punizione per una settimana. Il giovane scrittore viene presto chiamato a far parte di un vero giornale, il Lisbon enterprise, settimanale di Lisbon dove inizia a scrivere di incontri sportivi.

Dopo il diploma, nel 1966, si iscrive all’Università del Maine, a Orono, dove studia letteratura. Per pagarsi la scuola lavora anche in estate e, nel 1967, vende per la prima volta un racconto a una rivista, ricevendo un compenso di 35 dollari. Qualche mese dopo scrive il romando La lunga marcia che, sottoposto al giudizio di un agente letterario, non viene pubblicato ma ottiene una buona critica da parte di quest’ultimo.

Stephen King

Nel 1969 ottiene uno spazio regolare sulla rivista The Maine campus con una rubrica chiamata King’s Garbage Truck (letteralmente Il camion della spazzatura di King). Scrive racconti ed è capace di farlo perfettamente anche cinque minuti prima che il giornale vada in stampa. Proprio in questo periodo conosce Tabitha Jane Spruce, poetessa e laureanda in storia, che, nel 1971, diventerà sua moglie.

King’s garbage truck

Nel 1970, dopo la laurea, ottiene il certificato per l’insegnamento nelle scuole superiori ma, per un anno, è costretto a fare i lavori più svariati come il bibliotecario, il benzinaio e l’inserviente in un lavanderia industriale. Troverà poi un posto da insegnante di lettere alla Hampden Academy di Hampden, nel Maine.

La famiglia King posa per People (la rivista)

Dopo la nascita della prima figlia – Naomi Rachel – la famiglia si trasferisce Bangor e King comincia a scrivere L’uomo in fuga. Nel 1972 arriva il secondo figlio, Joseph Hillstrom (il terzo sarà Owen Phillip), ed iniziano i primi problemi economici. Stephen sopravvive vendendo racconti a riviste maschili come Cavalier (molti di questi verranno raccolti in A volte ritornano, la sua prima antologia di racconti, pubblicata nel 1978) ma non riesce comunque a pagare le bollette. Rinuncia prima al telefono, poi all’automobile; inizia a bere ed a far uso di cocaina.

Tabitha Jane Spruce

Nel 1974, finalmente, Stephen riesce a pubblicare il suo primo romanzo – Carrie – ricevendo dalla casa editrice Doubleday un assegno di 2500 dollari. L’autore ha sempre sostenuto che fu la moglie Tabitha ad incoraggiarlo a far visionare il romanzo ad un editore, in quanto lui non riponeva in questa storia nessuna fiducia. Carrie passa inosservato in edizione rilegata, ma ha un enorme successo in edizione economica, superando il milione di copie vendute. Oltre che alla sua quota per i diritti dell’edizione economica, è anche grazie alla vendita dei diritti per la trasposizione cinematografica che King può permettersi di abbandonare l’insegnamento e dedicarsi definitivamente alla scrittura.

I libri successimi, Le notti di Salem (1975) e Shining (1977), hanno ancora più successo ma, proprio in questo periodo, Stephen viene colpito da un grave lutto. Sua madre muore di cancro ed i problemi con alcol e droga peggiorano. La sua tossicodipendenza verrà a lungo sottovalutata a causa del fatto che non incide negativamente sul suo lavoro .

E’ così che va nella vita. Sei lì a scivolare via sul velluto, con tutto quanto che quadra secondo il manuale, poi commetti un piccolo errore e trac! Ti casca addosso il cielo.

dal libro “Il miglio verde”
La villa dei King a Bangor, Maine

Nel 1980 lo scrittore acquista una villa a Bangor, in stile vittoriano con ventotto camere, e ci si trasferisce con la famiglia. In quegli anni pubblica L’incendiaria e Dance macabre. Inizia la stesura di IT mentre al cinema esce il film di Kubrick con Jack Nicholson basato sulla storia di Shining. Nel 1984 pubblica la sua prima opera a quattro mani scritta con l’amico Peter Straub, Il talismano. Alla fine degli anni ’80 la famiglia interviene per far fronte ai problemi di tossicodipendenza di Stephen portandolo ad iniziare un processo di disintossicazione.

Stephen King con la sua Harley Davidson

Nel 1994 esce Insomnia; romanzo che lo scrittore lancia recandosi di persona nelle librerie del paese in sella alla sua Harley Davidson. King è un grande appassionato di rock (musica che ascolta anche quando scrive), suona in una rock band – la The bottom remainders – composta unicamente da scrittori e, quell’anno, inizia una tournée musicale nella East Coast.

The Rock bottom remainders. Rock band composta da soli scrittori di cui fa parte anche Stephen King

Nel 1996 pubblica Il miglio verde in sei puntate con cadenza mensile. Qualche anno dopo, quest’ultimo, diventerà un film di successo con Tom Hanks nei panni di una guardia carceraria nel braccio della morte.

Nell’estate del 1999, King riprende il saggio sulla scrittura – On Writing: autobiografia di un mestiere – iniziato a fine 1997 e accantonato nei primi mesi del 1998. E’ il 19 Giugno quando, dopo aver accompagnato all’aeroporto il figlio Owen, intorno alle sedici intraprende la sua solita camminata di 7 km lungo la Route 5, nei dintorni di Center Lovell, nel Maine occidentale. Bryan Smith, quarantaduenne con precedenti, è alla guida del suo minivan Dodge blu quando, distratto dal suo rottweiler, saltato sul sedile posteriore dove si trova un frigorifero con della carne, perde il controllo del mezzo ed investe lo scrittore che sta camminando sul ciglio della strada. King subisce traumi gravi: polmone destro perforato, gamba destra fratturata, colonna vertebrale lesa in otto punti, quattro costole rotte e lacerazione del cuoio capelluto. Trasportato d’urgenza all’ospedale di Bridgton, viene poi trasferito in elicottero al Central Maine Medical Center di Lewiston dove viene ricoverato per tre settimane. Si sottopone a ben sette operazioni chirurgiche e, per un periodo, è costretto ad interrompere i suoi lavori di scrittura. Inizialmente, King accetta le scuse dell’investitore ma poi decide di denunciarlo per fargli ritirare la patente. Tabitha, sua moglie, ha poi acquistato il minivan all’asta mandandolo dallo sfasciacarrozze.

Stephen King dopo l’incidente

Nei primi anni 2000 Stephen pubblica su Internet una storia a puntate, The plant. il progetto resta incompiuto anche perché molti scaricano i capitoli senza pagare. Nel 2002 annuncia alla rivista Entertainment Weekly, per la quale fino al 2003 scrive la rubrica The pop of King, di voler smettere di pubblicare. Fortunatamente per i suoi fan, non mantiene questa linea e, negli anni successivi ed ancora oggi, continua a sfornare un successo dietro l’altro.

Il 10 Settembre 2015 riceve dal presidente Obama la National Medal of Arts e, poco dopo, gli viene intitolata una cattedra all’Università del Maine ad Orono. Nel 2017 esce il primo romanzo scritto assieme al figlio Owen, Sleeping beauties. Il prossimo libro, The istitute, uscirà negli Usa il 10 settembre 2019.

Il Presidente Obama consegna la National Medal of Arts a Stephen King

Stephen King, nell’arco della sua carriera, ha scritto oltre ottanta opere (alcune con lo pseudonimo di Richard Bachman) e, dai suoi romanzi, sono stati tratti circa quaranta tra film e miniserie televisive. Dice di scrivere 500 parole dalle 8.30 alle 11.30, ogni giorno, ad eccezione del giorno di Natale, del giorno del Ringraziamento e del suo compleanno. E’ lo scrittore più pagato del mondo nonostante per lungo tempo sia stato sottostimato dalla critica tanto da essere definito dal Times Maestro della prosa post-alfabetizzata“.

Penso che siamo tutti malati di mente. Quelli di noi fuori dai manicomi lo nascondono solo un po’ meglio.

Stephen King

Quasi tutti i suoi romanzi sono ambientati nel Maine, in città immaginarie come Castle Rock e Derry. Nelle sue storie troviamo il bello dell’America pulita e ordinata che vive nel benessere, mescolato al male che si nasconde dietro alle facciate. Alcolismo, dipendenza dai farmaci, violenze familiari, difficile rapporto padre e figlio sono tra i temi trattati in tutte le sue opere, indipendentemente dalla trama principale. Ammirabile la sua capacità di creare personaggi variopinti, con un loro lato oscuro ed una psicologia profonda. King riesce a mescolare generi diversi – fantasy, horror, fantascienza – con abilità, aggiungendo momenti di scrittura profonda e commovente. La difficoltà, nelle storie che racconta, sta nel rendere verosimile, per il lettore, ciò che è surreale. E’ così che pagliacci assassini, macchine possedute, vampiri e viaggi avanti e indietro nel tempo sono entrati a far parte dell’immaginario collettivo e ci appaiono possibili mentre ci immergiamo tra le righe scritte da uno dei più grandi storyteller dei nostri tempi.

Modellino della città di Derry ricreata da un fan di Stephen King

Virginia Woolf

“Se non vivessimo audacemente, prendendo il toro per le corna e tremando sui precipizi, non saremmo mai depressi; ma già saremmo appassiti, vecchi, rassegnati al destino.”

dal diario di Virginia Woolf
Foto di famiglia.
Gerald Duckworth, Virginia Woolf, Thoby Stephen, Vanessa Stephen, and George Duckworth (In alto); Adrian Stephen, Julia Duckworth Stephen, and Leslie Stephen (in basso)

Adelin Virginia Stephen nacque a Londra il 25 Gennaio 1882 in una casa al civico 22 di Hyde Park Gate. Era figlia di Sir Leslie Stephen – autore, storico, critico letterario e alpinista – e di Julia Prinsep Jackson; una modella nata in India e trasferitasi con la madre in Inghilterra. Entrambi vedovi, i suoi genitori, avevano già avuto altri figli dai precedenti matrimoni. A quei tempi le donne non potevano godere di un’istruzione pari a quella degli uomini e a Virginia, quindi, non fu concesso di frequentare alcun istituto scolastico. Tutta la vita all’interno della casa girava intorno alla bella madre considerata l’angelo del focolare. Quest’ultima si preoccupò di dare a Virginia lezioni di latino e di francese mentre il padre, che per la ragazza provava un affetto quasi ossessivo, le permise sempre di leggere i libri della sua biblioteca e del suo studio. Virginia ed il fratello Thoby manifestarono fin dall’infanzia la loro inclinazione letteraria creando una sorta di giornale domestico, il Hide Park Gate News, in cui scrivevano storie inventate dando vita ad un diario familiare.

Thoby Stephen – fratello di Virginia

A soli sei anni Virginia dovette subire il tentato stupro da parte di uno dei fratellastri e nel 1895, a tredici anni, venne colpita da un primo grave lutto: la morte prematura della madre. Solo due anni dopo morì anche la sorellastra Stella e, nel 1904, il padre. Questi eventi diedero il via al primo grande crollo nervoso di Virginia. Era depressa, sentiva le voci e gli uccellini cantare in greco. Ai giorni nostri probabilmente le sarebbe stato diagnosticato un disturbo bipolare unito a una forte psicosi ma, purtroppo, ai tempi non esistevano cure adatte. Dopo la morte del padre Virginia ottenne la sua libertà e, assieme alla sorella Vanessa e al fratello Thoby, si trasferì nel quartiere londinese Bloomsbury dove diede vita al circolo intellettuale chiamato Bloomsbury Goup. I suoi aderenti erano un gruppo di artisti che si riunivano ogni giovedì sera per discutere di arte, letteratura, storia e politica. In quello stesso periodo Virginia diede ripetizioni alle operaie in un collegio di periferia e militò nelle suffragette. Dopo la morte prematura del fratello prediletto Thoby e il matrimonio della sorella Vanessa, conobbe Leonard Woolf – un teorico politico che frequentava il Bloomsbury Group – ed i due si sposarono nel 1912.

Virginia con il marito Leonard Woolf

Fu nel 1915 che la Woolf scrisse il suo primo romanzo, la crociera e, in seguito, cadde nuovamente in depressione tentando per la prima volta il suicidio. Per cercare di aiutarla il marito le propose di fondare insieme un’impresa editoriale; nacque così la Hogarth Press che pubblicò autori del calibro di Katherine Mansfield, Italo Svevo, Sigmund Freud, Thomas Stearns Eliot, James Joyce e la stessa Virginia Woolf. Nell’estate del 1940 la scrittrice diede alla luce la sua ultima opera, Tra un atto e l’altro, mentre la Gran Bretagna era in guerra. Proprio questo fatto contribuì ad aumentare le sue crisi depressive fino a quando, il 28 marzo del 1941, si riempì le tasche di sassi e si lasciò annegare nel fiume Ourse, non lontano da casa. Lasciò al marito una toccante lettera:

«Carissimo, sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai lo so. Vedi non riesco neanche a scrivere questo come si deve. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi.»

Dopo la sua morte il suo corpo fu cremato e le sue ceneri vennero sepolte sotto due olmi nel giardino della Monk’s House a Rodmell in Inghilterra dove i coniugi si trovavano in vacanza dopo che una bomba aveva reso inabitabile la loro casa di Londra. Sulla lapide appare la frase: “Le onde si infrangevano sulla spiaggia”; frase che chiude il suo più bel romanzo Gita al faro.

Virginia Woolf è considerata una delle più grandi romanziere del XX secolo; si pensi che le sue opere sono state tradotte in più di cinquanta lingue. Fin da giovanissima si trovò a meditare sui problemi della letteratura arrivando a convincersi che lo stile di scrittura ottocentesco non rappresentasse più il Novecento e, in particolare, il mutamento dell’uomo. Dopo La crociera e Notte e giorno – usciti rispettivamente nel 1915 e nel 1919 – si lanciò e, nel 1922, scrisse La camera di Giacobbe, dedicato all’amato fratello morto, Thoby. L’innovazione di Virginia fu quella di staccarsi dal realismo tipico di quegli anni e di procedere fratturando la trama. Scelse il monologo interiore e lo utilizzò per umanizzare i personaggi penetrandone l’interiorità. I personaggi della Woolf non sempre hanno contorni precisi perchè, come lei stessa affermava: “Noi siamo zebrati, multicolori”. Nel 1924 Virginia arrivò all’apice della sua ribellione contro il romanzo tradizionale e, allo stesso tempo, prese coscienza del suo talento femminile. E’ con questa nuova consapevolezza che, un anno dopo, pubblicò La signora Dalloway. Nello stesso anno cominciò a scrivere Gita al faro; romanzo che sarà da tutti considerato il suo capolavoro. L’ennesimo passo avanti della scrittrice fu quello di spezzare, tramite una satira fantastica, la connessione sociale tra identità sessuale e ruolo. Ispirandosi al suo amore saffico con Vita Sackville-West – un’aristocratica lesbica con la quale condivise sentimenti molto forti – scrisse Orlando; personaggio rocambolesco ora uomo, ora donna.

Vita Sackville-West e Virginia Woolf

Nel 1936, mentre si avvicinava l’incubo Nazista, Virginia Woolf scrisse Le onde, dove abbandonò il monologo interiore per buttarsi sugli spazi mentali, espressi tramite meditazioni drammatiche da parte dei personaggi in un romanzo totalmente privo di fatti ed impersonale tanto da risultare quasi monotono. In uno dei suoi ultimi lavori, Gli anni, Virginia tornò a raccontare i fatti tentando una dimensione storica che, però, non è adatta alla sua scrittura lirico-poetica.

Amante della vita, dotata di una grande sensibilità, Virginia Woolf si dimostrava allegra e spensierata quando era con gli altri ma, non appena si ritrovava da sola, i demoni che la accompagnavano fin da quando era giovane, tornavano a farsi sentire. Ogni volta che concludeva un romanzo si sentiva svuotata e, solo dopo che il marito Leonard, aveva finito di leggerlo ritrovava un po’ di calma e sicurezza. Donna libera e piena di fascino ebbe molti ammiratori e ammiratrici e, nella sua vita, incontrò tantissimi personaggi famosi. Gli ultimi due anni della sua vita furono pieni di paure per il futuro a causa della guerra mondiale tanto che il dottore le prescrisse riposo assoluto ma, purtroppo, la povera Virginia non aveva più la forza di combattere contro le voci che sentiva nella sua testa e si lasciò annegare scegliendo di farsi avvolgere dall’acqua forse come un ritorno al grembo materno. Una donna piena di contraddizioni, un’anima tormentata ed allo stesso tempo tenace che ha fatto la storia della letteratura mondiale del Novecento.

“Toglietemi gli affetti e sarò un’alga fuori dal mare, la carcassa di un granchio, un guscio vuoto. Le interiora, il midollo, il succo, la polpa, la stessa mia luce, non ne resterebbe più nulla. Sarei spazzata via, finirei in una pozzanghera e annegherei. Toglietemi l’amore per gli amici e il sentimento bruciante e continuo dell’importanza, dell’insondabilità  e del fascino della vita umana e non sarei altro che una membrana, una fibra, senza colore e senza vita, buona solo per essere buttata via come una deiezione“.

Virginia Woolf in una lettera a Ethel Smith

Hans Christian Andersen

andersen
H.C. Andersen

Hans Christian Andersen nacque il 2 Aprile del 1805 nei quartieri poveri di Odense, in Danimarca; figlio di un venditore ambulante di calzini e fabbricante di scarpe e di una lavandaia.
Aveva anche una sorellastra avuta dalla madre in un precedente matrimonio.
Come spesso accadeva all’epoca, soprattutto nelle classi più povere, i genitori di Hans avevano una bisnonna in comune; la nonna materna aveva avuto tre figli fuori dal matrimonio, tra cui la madre di Hans; la zia materna gestiva un bordello e il nonno paterno era disturbato psichicamente. Lo stesso scrittore, per questo, temerà a lungo di aver ereditato tale tara.
La nonna paterna, invece, sembra sia stata una nobile di Kessel che avrebbe convissuto, per un certo periodo della sua vita, con un attore di teatro.
Hans Christian passò l’infanzia in un ambiente tipicamente agricolo; con le sue tradizioni e superstizioni.
Grazie al padre, un uomo molto generoso che passava le sue giornate leggendo e fantasticando sulle proprie aspirazioni piuttosto che esercitare il suo lavoro di ciabattino, i primi anni del bambino furono ricchi di frequentazioni letterarie.
Anche la madre gli raccontava spesso le storie popolari e credeva nelle possibilità del figlio probabilmente a causa di una profezia di una vecchia strega che le disse: “Un giorno Odense si illuminerà a festa per ricevere tuo figlio”.
Un giorno il padre abbandonò la famiglia per arruolarsi nell’esercito e prendere parte alle campagne militari di Napoleone di cui a quel tempo i danesi erano alleati. Ne tornò gravemente ammalato e nel 1816 morì.
La madre, rimasta vedova, si risposò molto presto e divenne alcolista.
All’età di 14 anni, appena cresimato, Hans Christian lasciò Odense e si trasferì a Copenaghen.
Nei primi tempi si adattò a fare il garzone di bottega e l’operaio in una fabbrica di sigarette ma per sua fortuna venne notato da un tenore, cantante nel Teatro Reale di Copenaghen, che accettò di fargli un’audizione. Entrò così in contatto con l’alta borghesia locale e conobbe il Re di Danimarca, Federico VI.
Quest’ultimo lo prese in simpatia e lo iscrisse, a proprie spese, alla scuola di grammatica e latino di Slagelse dove il ragazzo cominciò, finalmente, un regolare corso di studi.
A causa dei continui errori di grammatica che commetteva si crede che fosse dislessico. Era, inoltre, continuamente preso in giro dai compagni; fatto che lo costrinse a tornare a Copenaghen e proseguire gli studi presso istitutori privati.
Hans Christian cominciò a scrivere intorno alla fine degli anni venti del XIX secolo.
Già dal 1835 appare la prima pubblicazione di fiabe.
Le ispirazioni gli venivano da fattori diversi come il folklore popolare, racconti per l’infanzia, novelle tradizionali e, in molti casi, da episodi di vita vissuta.
Nel 1838 lo scrittore si vide riconoscere un vitalizio come letterato che gli consentì di non dover più scrivere solamente per necessità economiche.
Nel 1847 visitò l’Inghilterra dove incontrò Charles Dickens. Inizialmente, tra i due, nacque una solida amicizia che si svilupperà sopratutto epistolarmente ma che si raffredderà dieci anni dopo a seguito di un secondo viaggio di Hans Christian a Londra durante il quale verrà ospitato proprio dall’amico scrittore.
Sembra, infatti, che lo scrittore danese abbia in quei giorni arrecato non poco disturbo alla famiglia Dickens a causa del suo continuo bisogno di attenzione e ipersensibilità.
Nel 1866 Hans Christian venne nominato consigliere di Stato e nel 1867 divenne cittadino onorario di Odense.
Nel 1870 scrisse il suo ultimo romanzo “Peer fortunato”.
Morì il 4 Agosto 1875 in una casa nei dintorni di Copenaghen.
Si racconta che, poco prima della morte, chiese a una sua amica di tagliargli un’arteria dopo morto e di scrivere sulla sua lapide l’epigrafe “ Non sono morto davvero”.

H.C. MUSEUM
La casa dove H.C. visse da bambino ad Odense www.visitfyn.com

Nelle sue opere sono spesso trattati i temi del diverso e dell’incertezza esistenziale. Andersen si era sempre sentito discriminato a causa del suo aspetto fisico – era alto un metro e ottantacinque, dinoccolato e si dice portasse scarpe tra il numero 47 e 50 – e delle sue inclinazioni sessuali.
Nonostante avesse deciso già in giovane età di non avere rapporti sessuali né con uomini né con donne, si innamorò di un suo giovane amico a cui scrisse: “ i miei sentimenti per te sono quelli di una donna, la femminilità della mia natura e la nostra amicizia devono rimanere un mistero”.
Gianni Rodari scrive, riguardo alle insicurezze di Andersen: “Fantasia, frustrazione, fantasticheria, bisogno di stima e di affetto si combattono confusamente in un animo eccitabile e inquieto. Da grande, la sensibilità morbosa alle lodi e alle critiche, il bisogno patetico di sentirsi ammirato, continueranno a tormentarlo anche nel pieno della gloria. Basterà una caricatura su un giornale o la frase di un passante, spiato dalla finestra (“È tornato il nostro ourang-utang, così celebre all’estero), per rovinargli intere giornate. Abissi di insicurezza saranno sempre pronti a spalancarglisi sotto i piedi. Viaggiando porta sempre con sé una corda arrotolata (conservata al Museo di Odense) per mettersi in salvo in caso di incendio dell’albergo”.
Hans Christian Andersen, nei suoi racconti, ricorre spesso al macabro e alle immagini di mutilazione (si pensi a La sirenetta, a suo modo senza gambe, a Il tenace soldatino di stagno, con un’unica gamba, o ancora a Le scarpette rosse, dove alla protagonista vengono amputati i piedi).

Scarpette rosse

Nei racconti di Andersen non si trovano quasi più gli elementi della fiaba classica quali maghi, streghe e fate; numerosi sono, invece, gli esempi di narrazione costruiti su un impianto che si accosta a quello della favola.
Qui, credo sia necessario fare una distinzione tra il significato di fiaba e di favola. La fiaba è un tipo di narrazione in prosa in cui compaiono esseri fantastici come orchi, fate, maghi e streghe e, di solito, non ha una morale esplicita. La favola, invece, è un racconto breve in prosa o in versi che ha come protagonisti animali con caratteristiche umane e con una morale formulata esplicitamente, in genere alla fine della narrazione anche sotto forma di proverbio.
La maggior parte delle persone conosce Andersen proprio grazie a fiabe come “La sirenetta”, “Il soldatino di stagno”, “La piccola fiammiferaia” ed “Il brutto anatroccolo”. Molto meno conosciute sono, invece, le altre sue opere.
Questo non è dato solamente dal tanto parlare della sua produzione fiabesca relegando lo scrittore sugli scaffali per i ragazzi ma anche e, soprattutto, perchè molte traduzioni né hanno spesso stravolto l’opera attenuandone la carica innovativa e non convenzionale.
In particolare durante i primi anni non fu semplice capire la genialità di Andersen a causa della difficoltà di tradurre i suoi testi da una lingua diversa da quella nativa.
I suoi racconti sono pieni di neologismi, modi di dire, parentesi e slag tipici di Copenaghen oltre a piccoli ammiccamenti tipici del linguaggio parlato dei quali il danese è ricco.
In Europa i suoi scritti si diffusero soprattutto nella lingua inglese con traduzioni scorrette che ci hanno fatto conoscere un Andersen diverso, spesso lontano dall’originale.

life is Andersen
                “La vita è la favola più meravigliosa” – H.C. Andersen