Rebecca la prima moglie – Daphne Du Maurier

“Sapete io… io vorrei che esistesse un’invenzione per imbottigliare i ricordi come profumi e che non svanissero mai nell’aria, in modo da poter stappare la bottiglia ogni volta che lo volessi e poter far rivivere il passato aspirandola.”

Inizia come la più classica delle favole questo romanzo di Daphne Du Maurier in cui una giovane e sfortunata dama di compagnia conosce un ricco vedovo durante una vacanza a Montecarlo. Lui, Maxim de Winter, è il famoso proprietario di Manderley, una sfarzosa magione in Cornovaglia. I due si sposano frettolosamente e, dopo un breve viaggio di nozze, la ragazza si trasferisce nella tenuta diventando la nuova signora della casa. Romantica sognatrice, un po’ insicura e maldestra presto scopre che la realtà è ben diversa dalla favola in cui aveva sperato. Il ricordo della prima moglie di Maxim, Rebecca, riecheggia in ogni angolo della dimora. Rebecca è nella disposizione dei mobili, nello svolgersi delle mansioni del personale, nella sua vecchia camera da letto che la governante ha lasciato esattamente com’era il giorno in cui è morta; è nei ricordi di tutti coloro che l’hanno conosciuta e che continuano a rivangarne la bellezza, la simpatia e le capacità di padrona di casa. Per la novella signora De Winter diventa sempre più faticoso competere con quella donna all’apparenza perfetta tanto che, a risentirne, è soprattutto il rapporto con il marito. Le cose, però, non sono come sembrano e la storia prenderà dei risvolti inaspettati.

“Rebecca, sempre Rebecca. Dovunque mettevo piede a Manderley, dovunque mi sedevo, persino nei miei sogni, incontravo Rebecca. Sapevo com’era, ora, conoscevo le sue lunghe snelle gambe, i suoi piedini sottili. Le sue spalle, più larghe delle mie, le mani svelte e abili. Mani capaci di tenere un timone, di guidare un cavallo. Mani che disponevano fiori nei vasi, costruivano modelli di navi, e scrivevano “a Max Rebecca” sul frontespizio di un libro. E anche il suo viso conoscevo, quel suo visino ovale, dalla carnagione bianchissima, circondato da una nube di capelli neri. Persino il suo sorriso, il suo riso. L’avessi udita fra mille, avrei saputo riconoscere la sua voce. Rebecca, sempre Rebecca. Mai mi sarei liberata di Rebecca.”

Locandina del film di Hitchcock tratto dal romanzo

Il romanzo, pubblicato nel 1938, è stato portato sul grande schermo da Hitchcock due anni dopo riscontrando un enorme successo. Lo stile narrativo risente dell’influenza degli scrittori dell’Ottocento e, seppur nelle prime pagine l’ho trovato un po’ troppo macchinoso, una volta preso il ritmo scorre piacevolmente. Mi sono innamorata di Manderley, dei suoi giardini in fiore e delle sue atmosfere a volte romantiche e a volte cariche di mistero.

“La pace di Manderley. La quiete, la bellezza. Chiunque vivesse fra le sue mura, vi fossero pur dolori e contrasti, non importa quali lagrime si versassero, quali pene si nutrissero, la pace di Manderley non poteva esser turbata, né distrutta la sua bellezza”.

Manderley nel film di Hitchcock

Daphne Du Maurier è abilissima nell’entrare nella psicologia dei personaggi femminili delineandone i tratti caratteriali tramite i dialoghi e le loro azioni. Particolarmente interessante è il personaggio di Rebecca che, pur assente, viene raccontata così vivamente da renderla quasi più importante della protagonista stessa della quale, guarda caso, non viene mai fatto il nome. Attimi di suspense, mistery ed una buona dose di sano romanticismo caratterizzano questo romanzo da seguire con il fiato sospeso.

“Io sono convinta che nella vita di ognuno giunga, tosto o tardi, l’ora della prova. Tutti quanti noi abbiamo il nostro demone, che ci aizza e ci tormenta, e col quale, tosto o tardi, dobbiamo combattere. Noi abbiamo vinto il nostro; o almeno così crediamo”.

Quando leggo una storia mi piace, in seguito, informarmi sulla persona che l’ha scritta e, vagabondando qua e là, ho trovato alcune intriganti curiosità. La Du Maurier ha scritto “Rebecca la prima moglie” dopo aver scoperto, per caso, alcune lettere d’amore scritte al marito dalla ex fidanzata con la quale avrebbe dovuto sposarsi. Sembra che quest’ultima fosse una donna molto bella e con lunghi capelli neri proprio come la prima moglie di Maxim de Winter. Quando il romanzo venne pubblicato in Brasile la scrittrice fu accusata di plagio a causa di molte somiglianze con un libro pubblicato nel 1934 da Carolina Nabuco. Daphne negherà con fermezza di aver mai sentito parlare di tale libro e affermerà che le somiglianze sarebbero dovute ad una trama piuttosto comune.

Ci sono molte altre cose della vita di questa autrice che mi piacerebbe raccontarvi e lo farò sicuramente in un mio prossimo articolo a lei interamente dedicato.

Intanto, perchè non iniziate a perdervi nei contorti meandri di Manderley?